Professione Disoccupato

Professione disoccupato è il Il NUOVO podcast italiano dedicata al lavoro e le nuove professioni. Aggiornamenti, testimonianze, consigli ed offerte di lavoro. Per ascoltarlo fai click su Play qui sotto.

La voglia di essere sempre informati, di ampliare le nostre conoscenze, di allargare il nostro bagaglio culturale ci ha spinti ad avviare un programma di intrattenimento da presentare sul web attraverso una serie di podcast.
In partenza ovviamente abbiamo dovuto scegliere l’argomento, quello giusto, quello capace di suscitare l’interesse di un gran numero di followers.
Abbiamo pensato di trattare del mondo del lavoro perché siamo convinti che tante persone, giovani e meno giovani, sentano l’esigenza di essere sempre aggiornati in merito ad un aspetto della nostra società così rilevante ed attuale.
Così ci siamo posti l’ambizione di diventare un punto di riferimento per chi è in cerca di un di lavoro, per chi vuole crearsi un lavoro per conto proprio o per chi vuole semplicemente essere a conoscenza dei continui cambiamenti che avvengono in questo ambito.
Ci avviamo quasi per gioco ad affrontare questo argomento nel periodo in cui si festeggia il 70˚ anniversario della nostra Costituzione e non potevamo iniziare senza citare l’Articolo 1: L’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro.
I fondatori della nostra Costituzione, quindi, partirono proprio dal lavoro come mezzo per la realizzazione della personalità dell’individuo e strumento di partecipazione del cittadino allo sviluppo economico dello Stato.
Dall’avvento della Costituzione ad oggi il mondo del lavoro ha subito enormi mutamenti.
Gli anni del Dopoguerra furono anni caratterizzati dal forte sviluppo economico e dalla enorme necessità di forza lavoro.
Date le ingenti prospettive di crescita che la nostra Economia presentava, era legittimo da parte di tutti ambire all’ottenimento di un lavoro fisso, stabile, che garantiva entrate certe.
Furono anni caratterizzati dallo spopolamento delle aree marginali a favore delle aree più industrializzate del Paese.
Fu proprio in quegli anni che nacque il sogno del posto fisso, un mito che divenne presto un aspetto culturale della nostra società.
Anche i decenni successivi, quelli degli anni settanta e Ottanta, furono caratterizzati dalla convinzione che il raggiungimento di una situazione occupazionale stabile, sicura, fissa, fosse da ricercare a tutti i costi.
Posto fisso: Il massimo a cui ambire.
Il posto fisso come condizione fondamentale per fare progetti a medio –lungo termine (esempio: acquisto di una casa); il posto fisso che garantisce la possibilità di acquistare i più svariati beni di consumo, o di fare due vacanze all’anno piuttosto che una (magari anche a Natale oltre che a Ferragosto e magari all’Estero). Insomma: Il posto fisso che garantisce un buon tenore di vita nel tempo.
“L’Italia è una Repubblica fondata sul posto fisso!”. E’ questo il concetto che vuole far passare Checco Zalone nel suo film “ Quo Vado”, in cui sin da bambino il protagonista ha le idee chiare rispetto alle sue ambizioni lavorative. Infatti quando il maestro di scuola elementare chiede ai bambini della sua classe cosa volessero fare da grandi, il piccolo Checco, giunto il suo turno, risponde: “Io da grande voglio fare il posto fisso”.
Spesso quando si parla di posto fisso si pensa immediatamente alla Pubblica Amministrazione. In realtà, in passato non era così: dagli anni del boom economico, fino alla fine degli anni Novanta ed ai primi anni del nuovo Millennio, infatti, il posto fisso era come “un’isola felice” che non si limitava solo agli impieghi della Pubblica Amministrazione, ma comprendeva anche gli impieghi delle Aziende private di dimensioni medio-grandi.
I lavoratori non disprezzavano per esempio il lavoro in Fiat o in Olivetti. Magari qui non si godeva degli stessi diritti e tutele degli impiegati della Pubblica Amministrazione e si potevano anche attraversare dei periodi di instabilità, di brevi crisi, ma poi la produzione riprendeva nuovamente a grandi ritmi e tutto tornava nella norma.
Oggi la situazione è mutata enormemente e “l’isola felice” si è erosa di molto, restringendosi ai soli impieghi della Pubblica Amministrazione.
Le aziende private, fortemente penalizzate dalla congiuntura economica sfavorevole degli ultimi anni, non riescono più a garantire la stessa stabilità lavorativa ai i propri dipendenti.
Molto spesso
Checco Zalone nel suo film da grande riesce ad ottenere un impiego stabile nell’ufficio “Caccia e Pesca” della propria Provincia, ma tutti gli altri devono rassegnarsi alla “provvisorietà”.
Entra in scena un nuovo concetto che subentra al sogno del posto fisso: la flessibilità.
Ora I lavoratori non rimangono costantemente al proprio posto di lavoro, ma mutano più volte nell’arco della vita professionale, la propria occupazione e/o il proprio datore di lavoro.
Secondo il nostro dizionario la flessibilità “è la capacità di un materiale di subire una forza modificando la propria forma e mantenendo la capacità di ritornare allo stato originario”.
Allo stesso modo, il lavoratore dovrebbe adattarsi al mutare delle circostanze che gli si presentano senza farsi spezzare.
La flessibilità di un lavoratore quindi si misura proprio nella capacità del lavoratore di resistere ai continui cambiamenti che dovrà affrontare durante la sua carriera lavorativa.
Il concetto di flessibilità del lavoro comporta delle conseguenze positive e negative.
Da un lato, tutte le certezze garantite dal lavoro stabile crollano:
– Non si è in grado di poter fare progetti a medio – lungo termine (molto spesso si ha anche la difficoltà di poter progettare un futuro con il proprio partner);
– Molto spesso si accettano condizioni lavorative precarie e disumanizzanti per mantenere il proprio posto di lavoro;
Dall’altro, l’introduzione, nell’ambito del mercato del lavoro, di strumenti per facilitare la flessibilità può essere considerato come uno dei mezzi mirati ad incrementare l’occupazione. Secondo una tale visione, le aziende, facilitate dall’esistenza di contratti poco vincolanti e meno costosi a livello previdenziale, sarebbero incentivate a richiedere costantemente al mercato del lavoro tutte quelle figure professionali di cui hanno bisogno in un determinato momento, senza essere costrette a tenerle sotto contratto oltre il dovuto. In questo modo, la domanda di occupazione sul mercato del lavoro verrebbe sbloccata e si produrrebbe un circolo virtuoso destinato a incrementare la richiesta. In realtà, la portata di una tale valutazione è dubbia: spesso i contratti flessibili vengono usati solo come strumento di risparmio da parte delle aziende, ossia spesso come uno strumento di crescita del precariato.
Il sogno di Checco Zalone in Quo Vado non sembra essere tramontato, anzi, è più vivo che mai. Si tratta di quello che nel film e forse anche nella realtà pare essere ancora oggi il vero e proprio sogno italiano.
Tuttavia negli ultimi tempi l’Italia sta facendo registrare una tendenza diversa. Infatti, come dimostra uno studio di Randstad Workmonitor (tra le maggiori Agenzie al mondo che analizzano le dinamiche del lavoro) per conto del Corriere della Sera, sembra che qualcosa sta cambiando nelle aspettative degli italiani.
Sembrerebbe che gli italiani se ne stiano facendo una Ragione. Soprattutto le donne e i senior sono convinti che la «flessibilità» ormai sia diventata la regola. Meno della metà (Il 44%) dei dipendenti italiani accetterebbe un taglio dello stipendio pur di tenersi il posto di lavoro. Insomma ci stiamo rassegnando all’idea che la carriera di una vita all’interno della stessa azienda non esista più.
Il lavoro è ancora un mezzo adeguato per misurare la dignità di una persona come ai tempi della stesura della Costituzione? i padri fondatori, dovendo riscrivere la costituzione, ripartirebbero nuovamente dal lavoro?

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